Per una volta voglio fare il garantista, anche di quei publisher di contenuti borderline che, quando si pensa agli advertiser online, vengono additati come “i cattivi” (avete presente il vero significato dell'acronimo PPC no? Pills, Porn, Casino!
).
Insomma il tema è quello dei siti che vendono link a pagamento e che per tale ragione vengono penalizzati da Google nel ranking. L'argomento, già emerso in un post di Matt Cutts, è tornato alla ribalta perché lo stesso Cutts va ad esplicitare meglio il Google-pensiero, aggiornando il suo post iniziale. Riprendendo l'analisi sintetica di Danny Sullivan, praticamente uno dei punti è:
“Examples given of bad paid links include those that have links to pages that are not related and pages hiding the fact that they are paid links”
Il che significa che se ospitate un link a pagamento non attinente ai contenuti della pagina, potreste essere penalizzati da Google. Ovviamente, nel suo post Cutts fa gli esempi più eclatanti, ad esempio un sito dedicato a Linux che ospita link a siti di Casino. No dico, e allora?
Ma sono stupido io oppure ci si scorda che la stragrande maggioranza dei portali italiani, ad esempio, ha link a pagamento in tutte le pagine? E per questo non meritano di essere nell'indice di Google? E poi come mai potrà fare Google a indicare le guidelines per cui una pubblicità è considerata attinente o meno?
Ovviamente ogni motore di ricerca può censire chi gli pare e penalizzare chi vuole. Ma allora non mi si dica più che si vogliono fare gli intreressi delle persone, perché il vero motivo per cui scattata la caccia ai “siti con i link cattivi” è solo perché non sono link che gestisce Google.
Altrimenti dovrebbero penalizzare anche tutti i siti che ospitano AdSense per tutte le volte che espone un link a pagamento dove l'algoritmo che dovrebbe contestalizzare la pubblicità, non riesce a farlo, o no?
Tags: matt cutts - google











