La faccenda è quella di FIEG che ritiene dominante la posizione di Google per cui ha fatto intervenire l'Antitrust e la Guardia di Finanza. Ci sono parecchi angoli di osservazione della vicenda; qui ne riporto alcuni.
Parto da un commento ad un post di Luca De Biase che riprende un brano di un pezzo di Armando Torno su corriere.it, il quale fotografa lo scenario generale del valore dei contenuti: “la retribuzione del lavoro intellettuale conoscerà giorni sempre più difficili, anzi si avvia verso la zona delle cifre irrisorie” (da leggere anche il resto). Ecco, in un mondo che premia sempre di più il testo (il mio caro “power to the keywoards” – se ne discuteva anche da Alberto), il potere di tali contenuti (e con sé la relativa attenzione e la conseguente remunerazione – quando c’è) si va distribuendo su una molteplicità di soggetti.
Poi il tema degli interessi degli editori (e direi dei loro modelli di business) difesi attraverso regolamentazioni, vincoli, leggi, ecc. Naturalmente se c’è un situazione che infrange le leggi è giusto perseguirla; ma nessuna legge può arginare una rivoluzione che, peraltro, inizia solo ora a impattare pesantemente sui bilanci dei publisher tradizionali. Scrissi un pensiero su questo argomento ben 6 anni, ma è da esempio anche la strenua difesa di rendite desuete come quella sull’obbligo della pubblicità di informazioni finanziarie sulla stampa (leggere la – giustamente – scandalizzata Layla).
Arriviamo al tema specifico che sembra non essere tanto la pubblicazione o meno dei link dei publisher su Google News, quanto il ranking di tali link (e qui Luca fa un quadro perfetto) che secondo FIEG sembra preferire i siti affiliati a Google (quelli che, per capirci, ospitano gli inserzionisti di Google). Questo potrebbe in effetti necessitare un chiarimento (lo auspica Massimo Melica, ad esempio), ma allora si pone il problema delle regole del gioco: se si vuole figurare in Google News (e vi assicuro che per molti nostri clienti editori è un elemento cruciale), chi può impedire a Google di definire le graduatorie che vuole? Non è lo stesso problema dei risultati standard?Fatemi fare un esempio: tutti i produttori di largo consumo lamentano lo strapotere della GDO, ossia della grande distribuzione, che da sempre non negozia solo il prezzo ma anche la location dei prodotti nei punti vendita. Il fatto che le principali catene hanno una loro linea di prodotti, crea ovviamente un ulteriore elemento di contrasto quando parliamo di posizionamento fisico. Ok, non esiste nella GDO un gruppo che ha lo share che Google ha sulla Rete, ma penso non avrebbe senso richiedere interventi legislativi per disciplinare l’ubicazione dei prodotti nei supermercati.
Ovviamente il tutto nasce da un oggettivo strapotere di Google, guadagnato senz’altro per merito ma ormai decisamente “ingombrante”, anche pensando agli interessi dei singoli interessi degli utenti della Rete. E se da una parte gli attori tradizionali devono darsi una mossa (ci va duro Marco e ancora di più Massimo), è giusto “mantenere alta l’attenzione” nei confronti di un’azienda che ormai “sa troppo” dell’umanità intera.
NB: il logo di Google in formato ASCII è stato segnalato da poco da Marissa Mayer via Twitter
Ho trovato un altro elemento da aggiungere alla lista dei motivi per cui un manager dovrebbe tenere un blog e cioè per inserire le interviste integrali quando le versioni pubblicate sono solo una piccola parte di quella effettivamente rilasciata.











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